Endometriosi: cause, sintomi e terapie

Endometriosi - cause, sintomi e terapie

E’ una patologia che interessa una donna su dieci nel mondo occidentale e si manifesta in età fertile tra i 18 e i 45 anni. La caratteristica principale è il dolore mestruale, causato della presenza di endometrio, tessuto che riveste la parete interna dell’utero, che si sfalda durante il periodo mestruale andando a impiantarsi in organi diversi dalla cavità uterina. Tale tessuto ectopico (tessuto diverso da quello appropriato che si trova in sede diversa da quella uterina), subisce le stesse trasformazioni delle cellule endometriali che, in condizioni normali, si trovano all’interno dell’utero.
Endometriosi
Nel momento della mestruazione il tessuto ectopico si sfalda andando incontro a micro sanguinamenti all’interno del corpo della donna formando delle lesioni a livello dell’ovaio con conseguenti formazioni di cisti e, nei casi più importanti, di noduli.

La conseguenza di tale processo anomalo, provoca dolore acuto infiammatorio poiché la presenza di coaguli rappresenta un potente fattore di infiammazione. Il processo di sfaldamento si ripete mensilmente ad ogni ciclo mestruale e, progressivamente, coinvolge più tessuti e organi creando una situazione di dolore cronico significativo.

Inoltre, la presenza di tessuto ectopico può impiantarsi in diverse sedi. Le più comuni riguardano la cavità addominale e le pelvi come la tuba, l’ovaio, il perineo, l’intestino, ureteri, la vescica e il retto. In situazioni più rare, la presenza di tessuto endometriale può presentarsi anche in organi extrapelvici, extraddominali ed interessare anche il nervo sciatico, il sistema polmonare e il fegato.

SINTOMI, CAUSE E TRATTAMENTO

L’aspetto relativo alle cause dell’endometriosi è il meno conosciuto e il più dibattuto nell’ambito della ricerca scientifica. Diversi studi sperimentali fanno riferimento ad una predisposizione genetica a livello del sistema immunitario, che può favorire l’attaccamento delle cellule endometriali, le quali non vengono riconosciute dal sistema stesso. Altre cause sono state riscontrate con la presenza di aspetti inquinanti (es. bisfenolo A) che andrebbero ad alterare i meccanismi del sistema immunitario. In tal senso potremmo definire tale patologia come caratterizzata da un insieme di diversi fattori e definirla una patologia multifattoriale.

I sintomi dell’endometriosi includono il dolore mestruale e premestruale (dismenorrea) e all’ovulazione, dolore pelvico cronico, che possono manifestarsi in comorbidità con altri sintomi quali cistiti, coliti, dolore vulvare, neuropatico, vestibolite, rapporti sessuali dolorosi (dispeneuria), stanchezza cronica, fibromialigia, dolori vescicali alla minzione e alla defecazione.

Per gestire il dolore pelvico, spesso è prevista la somministrazione di una terapia ormonale che permette di controllare l’intensità del dolore. Inoltre, essendo l’endometriosi una malattia infiammatoria acuta, l’uso di integratori specifici, unitamente alla corretta alimentazione e ad un adeguato stile di vita, possono contribuire notevolmente a ridurre i sintomi a lungo termine.

DIAGNOSI COMPLESSA E DIFFICOLTA’ DIAGNOSTICA

La diagnosi tardiva rappresenta una caratteristica tipica di tale patologia e riguarda un lasso di tempo che varia tra i 7 e i 9 anni. Nonostante la donna presenti dei sintomi da dolore mestruale senza cisti visibili, tende a considerare tale dolore come normale manifestazione del ciclo mestruale. In tal senso, il dolore viene sottovalutato, dal momento che nessuna donna possiede un parametro di valutazione del dolore a priori, e tale condizione può portare ad una limitata consapevolezza con conseguente ritardo diagnostico.

Proprio per questo motivo, risulta di fondamentale importanza sensibilizzare le donne nel comprendere che non è normale un dolore acuto e prolungato durante la mestruazione. Il dolore che si accentua durante la mestruazione e in fase ovulatoria protraendosi oltre il 3-4 giorni è considerato anomalo, soprattutto se necessita di continui supporti antidolorifici ed è accompagnato da flusso abbondante.

Ad oggi, non esistono ancora delle tecniche sicure per fare una diagnosi. Tuttavia esistono diversi studi scientifici che prevedono una metodica diagnostica accurata, come la valutazione ecografica transvaginale e tecniche di imaging come la risonanza magnetica, che permettono di focalizzare le diverse localizzazioni uterine e le eventuali adenomiosi profonde, non limitandosi alla individuazione delle cisti ovariche.

Tuttavia, negli ultimi anni, il progresso scientifico mediante la ricerca sta portando al miglioramento graduale nel trattamento di tale patologia, permettendo di implementare adeguati protocolli di intervento e un percorso personalizzato.

In questi termini, risulta di fondamentale importanza considerare l’aspetto di unicità nella manifestazione dei sintomi di ogni donna, nonostante la patologia sia la stessa. Spesso, questo aspetto risulta fuorviante poiché porta a creare dei falsi miti intorno al concetto della malattia. Il fatto che una paziente possa aver risolto la fase acuta dopo un intervento oppure altri casi nei quali, ad esempio, il fattore di infertilità non permette la gravidanza, non possono essere considerati sintomi trattabili allo stesso livello. Tale diversità del quadro sintomatologico, è di centrale importanza per comprendere e considerare quanto il quadro clinico si presenti con sintomi di gravità e qualità diverse e necessitare di una diagnosi e trattamento individuali.

Il trattamento chirurgico, ad oggi più efficace, che non risolve, ma si avvicina alla soluzione, è l’intervento in laparoscopia, che necessita di un chirurgo pelvico esperto. Tale intervento ed è meno invasivo e maggiormente conservativo e permette la rimozione dei siti attivi e può essere ripetuto nel tempo.

IL RUOLO DELLO STRESS: DISREGOLAZIONI IMMUNITARIE E REAZIONI INFIAMMATORIE

L’interesse recente, sviluppato intorno agli anni ’80, per lo studio del rapporto tra lo stress e il sistema immunitario ha portato a vari studi sperimentali sistematici sia nell’animali che nell’uomo.

Alcuni studi sembrano fornire dei risultati significativi relativi ai possibili mediatori neuroendocrini implicati. Nello specifico divere ricerche sperimentali, hanno riportato una interessante correlazione presente tra soggetti ammalati e un aumento consistente degli ormoni dello stress, quali cortisolo e adrenalina.

Tuttavia, ciò non permette di confermare in modo definitivo l’ipotesi che anche nell’uomo lo stress emozionale, mediato da alterazioni neuroendocrine, produca una aumentata suscettibilità alla malattia.

Nelle situazioni di stress acuto, si attiva una risposta adattiva, come l’incremento del tono cardiovascolare, polmonare, muscolo-scheletrico e il miglioramento della capacità attenzionale e di concentrazione. Entra in azione l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che svolgono un effetto potenziante sull’attività immunitaria contribuendo alla liberazione dei leucociti periferici.

Nelle situazioni di stress cronico, gli stessi ormoni provocano una risposta immunitaria inadatta non preservando una tolleranza immunitaria nei confronti della identità biologica. Questa condizione produce delle ripercussioni nell’organismo e contribuisce all’instaurarsi di un terreno organico vulnerabile per le malattie infettive e transitorie, ma a volte, anche più serie e compromettenti.

Inoltre, il sistema immunitario è sensibile anche ad altri ormoni che vengono prodotti durante lo stress psicologico come il GH, IL TSH, la prolattina, l’ossitocina, la vasopressina, il testosterone, le prostaglandine, gli oppioidi endogeni, la melatonina.

Diverse evidenze sperimentali e cliniche focalizzano l’attenzione su quanto le emozioni, i traumi, gli eventi stressanti sono in grado di disregolare lo stress con ripercussioni sulla funzionalità immunitaria.

A tale proposito, sono stati riportati alterazioni dei parametri immunitari, in particolare, in situazioni di attivazioni emozionali stressogene protratte e intense. Nello specifico, lo stress psicologico a lungo termine provoca significative compromissioni sull’organismo, compresi i livelli di ormoni legati allo stress e al sistema autonomo, con conseguente disregolazione dell’attività immunitaria.

Una ricerca sperimentale guida da Huan Song, presso l’università Karolinska di Stoccolma, ha implementato un paradigma sperimentale su un campione di soggetti che presentano sintomi legati al disturbo post traumatico da stress (PTSD post traumatic stress disorder) e altri problemi psichiatrici, che sono risultati maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie autoimmuni.

Nello specifico il paradigma prevedeva un campione costituito da 106.464 soggetti con una diagnosi da stress, confrontate con un campione di 126.652 loro fratelli senza lo stesso disturbo, e oltre un milione di individui che non hanno mai manifestato un disturbo da stress.

Nel follow-up medio dei 10 anni, i risultati riportano che i soggetti con PTSD presentano il 46% in più di probabilità di sviluppare una malattia autoimmune rispetto a chi non aveva mai avuto problematiche legate allo stress. Una variabile aggiuntiva importante, sembra essere correlata dalla assunzione dei ricaptatori della serotonina (SSRI) nel primo anno della diagnosi nei pazienti con PTSD, che riporta una diminuzione del rischio di sviluppare malattie autoimmuni rispetto ai soggetti che assumevano farmaci SSRI, in un tempo circoscritto a 179 giorni o meno, i quali, invece, aumentano il triplice rischio di sviluppare malattie autoimmuni.

I risultati della ricerca hanno riportato nove su mille persone con manifestazione di sintomi autoimmuni legati allo stress, rispetto a sei su mille nella popolazione di individui senza disturbi da stress e 6.5 su mille nel gruppo dei fratelli. Tuttavia, le malattie autoimmuni, sono risultate particolarmente evidenti in soggetti con malattie pregresse come il diabete, dermatologiche ed ematiche.

A supporto dei risultati, spiega Huan Song “Lo stress emotivo grave e prolungato provoca diverse alterazioni in varie funzioni dell’organismo attraverso la disregolazione nel rilascio di ormoni dello stress”.

Mentre secondo Michael Eriksen Bernos, del Mental Health Centre Cophenhagen, ritiene che questi risultati offrono nuove prove rispetto alle modalità complesse con le quali il cervello può influenzare il sistema immunitario.

Tali evidenze sperimentali mettono in evidenza quanto l’impatto della disregolazione dello stress produca profonde ripercussioni a scapito del sistema immunitario e delle regolazioni infiammatorie.

L’esposizione cronica a situazioni stressogene produce una disattivazione del sistema immunitario con conseguenti deficit da parte di quest’ultimo. A questo proposito, il ricercatore Jerker Karèn e colleghi, in seguito ad uno studio su un campione di bambini compreso tra 0-3 anni, ha riportato risultati relativi all’incremento dei livelli di cortisolo come conseguenza di una ripetuta esposizione ad uno stress cronico.

I risultati riportano un maggior rischio nell’infanzia, di sviluppare malattie tipiche quali infezioni vie respiratorie, gastroenteriti e altre infezioni virali. Inoltre, gli studi ACE (Adverse Childhood Experiences) hanno riportato una correlazione tra esperienze infantili negative e le malattie autoimmuni.

In generale, potremmo affermare che la disregolazione di risposta allo stress provoca una ipersensibilità e una maggiore infiammazione (come allergie, eczema, asma, etc.), fino a sviluppare anche le malattie autoimmuni (situazione in cui il sistema immunitario si muove come “attacco” al proprio corpo).

Endometriosi e stress: il ruolo delle emozioni

Diverse evidenze scientifiche hanno dimostrato una correlazione esistente tra lo stress e il sistema immunitario, che favorisce lo sviluppo dell’endometriosi in diversi modi.

Nello specifico, la componente dello stress unitamente alle emozioni di rabbia, tristezza e ansia contribuiscono alla secrezione degli estrogeni indebolendo le difese immunitarie.

Fra le diverse conseguenze stressogene sulla patologia, sono state evidenziate le più frequenti come l’aumento degli estrogeni, che risultano avere un ruolo di nutrimento per la malattia, l’indebolimento del sistema immunitario, infiammazione intestinale e ripercussioni sullo stato emotivo con conseguenti somatizzazioni di emozioni negative.

Le difese immunitarie risultano inefficaci a causa dell’alterazione, aumento o riduzione di alcune sostanze designate al mantenimento dell’equilibrio immunitario. Tra le più importanti ritroviamo l’alterazione delle citochine, l’accelerazione dell’immunosenescenza e la riduzione di cellule protettive unite all’ aumento di cellule regolatorie-inibitorie. Alla base di tali processi, è presente l’attivazione di ormoni dello stress (noradrenalina, cortisolo e catecolamine) aventi proprietà immunosoppressive. Tali ormoni liberati durante una condizione di stress, comportano una resistenza immunitaria con la finalità di preparare il corpo ad affrontare una condizione di allarme, aumentando la componente delle citochine che comportano il manifestarsi di uno stato infiammatorio. Questo processo neurofisiologico è caratteristico delle reazioni legate al nostro sistema neurovegetativo, che ha il ruolo di attivare e regolare il nostro organismo affinchè possa affrontare le situazioni di pericolo in modo congruo allo stimolo di minaccia presente.

L’anomalia di tale processo consiste nel tempo di durata, ovvero nelle situazioni nella quali l’attivazione psico fisica perdura oltre l’emergenza. In questo caso, lo stato di stress continua a perdurare sviluppando una condizione di infiammazione cronica che altera la funzionalità immunitaria. Tuttavia, tali precessi presentano una variazione individuale diversa.

Inoltre, la componente dello stress altera la fisiologia funzionale del tratto gastrointestinale mediante uno stato infiammatorio che comporta una alterazione della motilità, secrezione e funzionalità dei canali ionici, oltre alla presenza di permeabilità intestinale e aumento dei linfociti T.

Diversi studi sperimentali hanno focalizzato l’attenzione relativamente all’influenza dei fattori psico-sociali, genetici e ambientali sul funzionamento del sistema gastroenterico.

Infatti, una serie di patologie infiammatorie e autoimmuni sono collegate ad una alterazione del macrobiota, denominata disbiosi. Quest’ultima non provoca una alterazione di causa-effetto circoscritta solamente al tratto gastrointestinale, ma si estende a disfunzioni di altri organi, incluso il cervello.

EndometriosiInoltre, l’assunzione di base relativa all’ intercomunicabilità tra funzioni intestinali e cerebrali, determina il ruolo dello stress e dell’ansia nella regolazione della sensibilità intestinale attraverso l’aumento dell’attività del sistema nervoso autonomo. Contemporaneamente, questi stati emotivi innescano l’attivazione dell’asse ipotalamo- ipofisi-surrene con la secrezione neuroendocrina dell’ormone cortisolo e la corticotropina.

Quest’ultimo attiva la produzione di citochine pro-infiammatorie, che producono l’alterazione del microbiota e della sensibilità viscerale intestinale.

L’evidenza dell’influenza reciproca tra il sistema nervoso centrale sulla funzionalità intestinale viene comprovata dai risultati dalla buona risposta sintomatologica in seguito a interventi psicoterapeutici su pazienti con colon irritabile e dispepsia funzionale. Inoltre, la possibilità di modulare le percezioni viscerali con farmaci ad azione antidepressiva rappresenta una ulteriore evidenza a favore della influenza del sistema nervoso centrale sulla modulazione dello stress nel monitorare l’equilibrio della flora intestinale.

Per lungo tempo è stata supportata l’ipotesi che l’unica funzione del sistema nervoso enterico si circoscrivesse alla traduzione degli input inviati dal sistema nervoso centrale. Recentemente, è stata ampliata tale visione a favore di una maggiore interazione tra il SNE e il microbiota intestinale, i quali possono produrre cambiamenti comportamentali e influenzare il funzionamento cerebrale. Quindi un nuovo modello di interazione tra microbiota-infiammazione-sistema nervoso centrale.

Dagli studi sperimentali effettuati da Osvaldo Borelli ed altri, presso il dipartimento di gastroenterologia e neurogastroenterologia del Great Ormond Street Hospital di Londra, tale modello prevede che uno stimolo periferico, come un microrganismo patogeno, attivi il sistema immunitario che conduce ad un rilascio eccessivo di citochine e TNF- alfa che incrementano la permeabilità intestinale, favorendo la cronicità del sistema immune. Di conseguenza, le citochine pro-infiammatorie sono in grado di influenzare la funzione cerebrale con conseguente alterazione della neurogenesi dell’ippocampo. Risulta quindi determinante la necessità di considerare l’uomo nella sua complessità con modalità di intervento integrato di cura della persona.

ENDOMETRIOSI: STRESS E DISTURBI PSICOSOMATICI

La componente psicologica nella comparsa della malattia rappresenta una parte rilevante e può essere una concausa della cronicizzazione. A livello somatico, avviene la manifestazione di un vissuto emotivo attraverso il corpo con modalità disfunzionali, ovvero la manifestazione di emozioni negative che vengono tradotte in sintomi fisici. Spesso, l’area pelvica rappresenta un organo sensibile alla somatizzazione del disagio psicologico. Qualora l’esordio della patologia si presentasse contestualmente ad uno stress psichico, ciò può sviluppare, in situazioni simili successive, che la sofferenza venga espressa mediante sintomi ginecologici.

La componente dolorosa che caratterizza la malattia, soprattutto durante il ciclo mestruale, l’ovulazione, l’evacuazione, oltre ai dolori pelvici e addominali significativi, può spesso perdurare e diventare dolore pelvico cronico. Tale condizione genera diversi disagi psichici quali paura del dolore, ansia, tensioni nelle relazioni affettive, sociali e sessuali, bassa autostima e insoddisfazione della propria immagine corporea.

La patologia esprime sia un dolore corporeo che psichico che necessita di un intervento multidisciplinare, che oltre al trattamento medico, consideri un intervento terapeutico focalizzato sul soggetto nella sua specificità.

L’intervento integrato costituito dallo psicoterapeuta e da altre figure sanitarie considera tutte le variabili corporee, personali, familiari, relazionali. Inoltre, anche la valutazione nutrizionale, risulta determinante per seguire un alimentazione corretta per gestire la componente infiammatoria poiché diversi alimenti contribuiscono all’aumento di estrogeni incidendo negativamente sul decorso dell ‘endometriosi.

Un contributo a cura della Dott.ssa Kristina Calvi

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