Effetti Psicologici Del Covid-19

Gli Effetti Psicologici Del Covid-19: Dal Trauma Collettivo Alla Resilienza

In questo periodo abbiamo assistito ad un momento di profonda incertezza. La nostra vita è cambiata e ci siamo ritrovati, improvvisamente, coinvolti all’interno di una condizione di estrema minaccia alla nostra integrità personale, passando da una condizione di epidemia alla pandemia mondiale.

Da febbraio, si sono susseguiti diversi Decreti Ministeriali (DPCM) che prevedevano normative sempre più restrittive. Passo dopo passo, la quotidianità si è trasformata in un terreno ignoto con vissuti di continua incertezza. Abbiamo conosciuto l’isolamento, il vuoto e l’impossibilità di svolgere la nostra quotidianità che, fino a quel momento, ci sembrava una componente naturale della nostra esistenza.

Il grado di coinvolgimento dell’emergenza è stato diverso per ciascuno di noi. Per qualcuno l’emergenza è stata gravemente traumatizzante. Al primo posto le persone che hanno perso i propri cari, chi ha avuto la malattia ed è uscito da un periodo di grave minaccia alla propria salute, da un periodo di ricovero o di quarantena forzata. Non da ultima, la categoria degli operatori sanitari, ovvero tutti coloro che sono stati coinvolti in prima persona nel fornire cure con il massimo impegno fisico e psicologico, a sostegno di pazienti e familiari distanti ed esausti.

In particolare, la solitudine vissuta dai malati causata dall’impossibilità di ricevere la vicinanza dei propri familiari, il senso di abbandono seguito, in alcuni casi, dal dramma di non poter essere accompagnati verso la fine della vita. Il profondo dolore dei loro congiunti di non poter affrontare la perdita del proprio caro, l’impedimento nel potergli dire addio di persona o di radunarsi con gli altri per condividere il dolore.

Tuttavia, la morte non è stata, purtroppo, l’unica perdita con la quale le persone hanno dovuto fare i conti. Molti hanno vissuto e stanno ancora vivendo la perdita del lavoro, gli sconvolgimenti finanziari, la mancanza di risorse economiche e la paura per se stessi e per i propri familiari rispetto a quella che sarà la situazione futura.

Siamo stati tutti costretti in un modo o nell’altro, a convivere con emozioni di angoscia e tristezza, fragilità, perdita di sicurezza, nell’attesa di poterci riappropriare della nostra vita.

Invece, sembra che la vecchia vita sia stata riformulata da nuove priorità e abitudini, insinuando paura e sconforto per il futuro. Ora, siamo entrati nella fase 2 e viviamo in misura minore l’effetto dell’isolamento forzato, ma sentiamo, maggiormente, l’incertezza di ciò che ci aspetta e la reale paura di rivivere la vita di prima.

La condizione di continuo allarme, seguita da un messaggio mediatico imponente, ci ha esposti in modo continuo ad un stato di ipervigilanza rispetto alla presenza di potenziali pericoli, anche soltanto nel contatto con gli altri. L’emozione vissuta in relazione ad una incolumità stimola uno stato di attivazione psicologica e fisica funzionale ad una risposta difensiva dell’organismo. Se la paura è legata ad una minaccia, come è avvenuto in questo momento storico, essa è difficile da confinare, in quanto non presenta segnali di pericolo ben definiti. In questo caso, il nostro cervello non ha potuto focalizzare questi segnali, ossia quegli stimoli ambientali che ci permettano di comprendere quando sia necessario porre attenzione oppure rilassarsi. Invece, siamo stati costretti a convivere in un continuo stato di tensione emotiva. Non da ultima, la paura del contagio unitamente al timore di sentirsi un potenziale veicolo di contagio per la propria famiglia e per gli altri. L’idea destabilizzante che l’isolamento sociale e le norme igienico sanitarie non potessero garantire il totale controllo sull’infezione, aumentando maggiormente l’esposizione all’angoscia e all’impossibilità di avere un confine netto tra salute e malattia.

Tutto ciò ha avuto ripercussioni sull’equilibrio psichico della popolazione, seppur con diversi gradi di gravità e in base alla condizione individuale pregressa. Molte persone si sono trovate a dover affrontare sintomi che già si erano presentati durante la quarantena.

Alcuni continuano a sperimentare ansia, insonnia, sbalzi d’umore, stati di allarme, tachicardia e altre alterazioni che gli impediscono di concentrarsi per poter riorganizzare il proprio tempo.

Altri si ritrovano ad affrontare stati più complessi, tipici del disturbo post traumatico da stress, come irritabilità, incubi ricorrenti, ricordi intrusivi e flashback e la sensazione di rivivere continuamente il trauma unita a difficoltà relazionali e disinteresse verso attività lavorative o verso gli altri.

Tale condizione psicologica vissuta, necessita di tempi adeguati per metabolizzare, rielaborare e accettare gli eventi. L’esperienza di emergenza relativa al Covid-19, rappresenta sicuramente un trauma e si è posto come un evento spartiacque, una frattura, che ha definito un prima e un dopo.

Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), definisce tra i criteri necessari per la diagnosi di disturbo post traumatico da stress, la presenza di entrambe le seguenti caratteristiche:

  1. la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri;
  2. la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore.

Sicuramente il trauma lascia dei frammenti che non possono essere smaltiti a breve e, senza dubbio, lo stato di vulnerabilità e di impotenza davanti ai quali ci siamo trovati all’inizio dell’emergenza sono stati di difficile gestione. Tuttavia, il disturbo post traumatico da stress, è una patologia ben definita e compare quando ci ritroviamo in pericolo di vita imminente o in situazioni dove sentiamo una forte minaccia alla nostra integrità psicofisica. Riguardo la pandemia da Covid-19, non possiamo affermare che l’intera popolazione sia stata colpita da tale disturbo, se non le persone che si sono ammalate direttamente o che hanno perso i propri cari non potendo rielaborare il lutto a causa delle restrizioni.

Ad ogni modo, possiamo affermare che tutti abbiamo provato paura e la stiamo ancora vivendo, sperimentando disagi significativi anche nella popolazione sana. L’isolamento forzato, l’ansia, la paura del contagio possono, infatti, aver creato disturbi di diverso genere.

Tuttavia, la nostra capacità di adattamento innata e di riorganizzazione positiva dinanzi alle difficoltà, ci ha permesso di ricostruire nuove trasformazioni e trovare delle modalità di ricostruzione stabili.

La capacità di affrontare e superare un evento traumatico o periodo di difficoltà, si definisce RESILIENZA.

Essa si riferisce alle nostre risorse interne e personali in situazioni estreme che, spesso, non sapevamo di possedere o non avevamo mai identificato e ci permette di ricostruire rimanendo sensibili alle opportunità positive che la vita ci offre, senza alienare la propria identità.

La fase due che stiamo vivendo, ci porta alla consapevolezza di quanto sia stato perso nel lungo periodo di lockdown e, anche quando tutto sarà finito, il nostro cervello avrà bisogno di tempo per smaltire gradualmente lo stress vissuto. È necessario rispettare la rielaborazione graduale della nostra mente che, come il nostro corpo, possiede un sistema immunitario designato alla guarigione naturale.

La certezza in questo momento è che siamo in una situazione che non dipende da noi e non possiamo cambiare le condizioni esterne, ma possiamo, invece, cambiare il nostro mondo interno.

La terapia EMDR: un supporto psicologico per rielaborare le situazioni traumatiche
La terapia EMDR è un approccio evidence based, termine usato in medicina e psicologia per definire l’evidenza di prove efficaci per le situazioni traumatiche sulle quali si basa il metodo EMDR. Evidenze e ricerche scientifiche hanno dimostrato l’efficacia dell’EMDR, raccomandato dall’OMS (organizzazione mondiale della sanità), come metodo efficace per i problemi legati allo stress e traumi e viene utilizzato in tutto il mondo. Il metodo prevede l’utilizzo di movimenti oculari guidati da un terapeuta esperto, mentre il paziente viene invitato a rievocare e concentrarsi sull’evento traumatico, immagini intrusive, sensazioni negative. I movimenti oculari avvengono sotto forma di stimolazioni bilaterali cerebrali alternate che sono finalizzate ad aumentare e riconnettere l’attività cerebrale e abbassare lo stato di attivazione disturbante negativa. Tutto ciò avviene agendo, principalmente, sull’organo designato alla autoregolazione degli stati emotivi di allarme, l’amigdala, un piccolo organo cerebrale situato nella zona dorsomediale del lobo temporale. Il terapeuta EMDR è uno psicoterapeuta abilitato all’utilizzo dell’approccio EMDR e adeguatamente formato. Il metodo è finalizzato all’elaborazione degli eventi traumatici vissuti in prima persona oppure traumi di tipo vicario, cioè persone che hanno vissuto o vivono un coinvolgimento empatico con l’esperienza traumatica altrui, come operatori sanitari, medici, infermieri, personale del 118, etc.

Bibliografia
Van der Kolk, B, A., Mc Farlane A. C., Weisaeth, L., Stress traumatico, Ed. Magi, 2005
Van der Kolk, B. A, Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Ed. Cortina Raffaello, 2015
State of Mind, Il giornale delle scienze psicologiche, Effetti secondari del Covid-19-Risvolti psicologici della quarantena, 2020)