La Genitorialità: dalla coppia alla famiglia

 

gravidanzaCos’è la genitorialità?

E’ un processo attraverso il quale si impara a diventare genitori capaci di prendersi cura dei figli e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai loro bisogni, che sono diversi nelle varie fasi dello sviluppo. Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, perché sarà necessario assolvere impegni differenti e adottare modalità comunicative e interattive diverse secondo l’età dei figli.

Tutto ciò implica, quindi, la capacità dinamica di “rivisitare” continuamente il proprio stile educativo, affrontando in modo funzionale i cambiamenti che la vita può portare. E’ facilmente comprensibile come la transizione alla genitorialità costituisca una fase normativa (ossia attesa) nel ciclo vitale degli individui e come l’ingresso di un nuovo membro modifichi ampiamente le relazioni nell’ambito della famiglia nucleare e allargata comportando, quindi, l’inizio di una nuova storia generazionale. La nascita del primo figlio segna la transizione da coppia di coniugi a triade familiare e sarà la riuscita o il fallimento di questo passaggio a condizionare fortemente (ma non necessariamente per sempre) l’evoluzione del ruolo di genitore.

La genitorialità viene definita anche come parte fondante della personalità di ogni individuo. Infatti, prima ancora di essere considerata un “fare”, la genitorialità è uno “spazio mentale” che inizia a formarsi nell’infanzia, quando a poco a poco interiorizziamo i comportamenti dei nostri genitori, i loro desideri, aspettative, messaggi verbali e non-verbali, ecc.

E’ con l’evento reale della nascita di un figlio che si attiva in modo particolare e molto intenso questo “spazio psichico”, rimettendo in circolo pensieri e fantasie legati al proprio essere stati figli.

In questi termini, possiamo definire la genitorialità come uno spazio interiore che inizia a formarsi nella nostra infanzia, quando interiorizziamo i comportamenti, i messaggi verbali e non verbali, le aspettative, i desideri, le fantasie dei nostri genitori.

In parole più semplici, si può definire questo concetto come “Genitore interno” che è formato da tutte le interazioni con le figure adulte significative che si sono occupate di noi. Da questo concetto interiorizzato dipenderanno, in futuro, gran parte dei nostri giudizi su noi stessi e le modalità relazionali che metteremo in atto per occuparci degli altri.

Su questa linea di pensiero ritroviamo le teorie dell’attaccamento che ridefiniscono, in altre parole, lo stesso concetto: le esperienze di attaccamento vengono interiorizzate in modelli mentali. Quindi, l’attaccamento non è soltanto una modalità relazionale relativa all’infanzia, ma coinvolge la qualità delle relazioni dalla prima infanzia all’età adulta. In questi termini, si potrebbe definire la genitorialità come uno stadio evolutivo, come lo definisce Erikson, “la forza acquisita a ciascuno stadio si rivela nell’esigenza di trascenderlo e di rischiare nel successivo, quelli che nel precedente costituivano gli elementi più vulnerabili e preziosi”.

L’aspetto evolutivo più importante è la generatività, poiché implica tutti quegli sviluppi che hanno fatto dell’uomo un essere che si ”occupa di” e che contribuisce agli aspetti di equilibri all’interno delle dinamiche di coppia. E’ proprio questo equilibrio, tra individualità e intimità condivisa, che getta le basi per lo sviluppo della futura qualità del prendersi cura di un’altra persona nel ruolo genitoriale.

Infatti, è il rapporto di coppia che rappresenta il punto di passaggio dal legame di attaccamento dalle figure genitoriali verso il partner, ossia da una modalità unidirezionale (essere oggetto di cura) ad una modalità reciproca (“mi prendo cura di te come tu ti prendi cura di me”) e, successivamente, la generatività cioè la capacità di dare origine ad un’altra vita e il prendersene cura in modo unidirezionale (“io mi prenderò sempre cura di te, qualsiasi persona tu sarai”).

Per comprendere meglio la complessità della funzione genitoriale, possiamo considerarne alcune importanti funzioni (Visentini, 2006).

La prima e potremmo definirla anche determinante, è la funzione protettiva. Essa consiste nell’offrire al bambino le cure adeguate ai bisogni del bambino stesso. E’ la funzione tipica del caregiver che corrisponde al rispondere alla relazione di accudimento con protezione e sicurezza. La funzione protettiva determina il legame di attaccamento ed è vissuta come fonte di sicurezza. Secondo J. Bowlby, essa rappresenta l’esperienza fondamentale che egli ha definito come “base sicura”. “….La personalità sana non si rivela assolutamente indipendente. Gli elementi essenziali sono dati da una capacità di far fiduciosamente conto sugli altri quando l’occasione lo richieda e sapere su chi è giusto fare conto”.

Un’altra funzione è quella affettiva. A questo proposito, D. Stern nell’osservazione dell’interazione madre-bambino, si sofferma sull’insieme di colori e tonalità del rapporto. I colori intesi come quell’insieme di gesti, frasi e parole che contengono la dimensione relazionale e affettiva. Più In generale, tutto quell’insieme di gesti affettivi che determinano la qualità emotiva e affettiva dentro la quale il bambino è inserito.

Altra funzione importante è quella regolativa, intesa come la capacità che il bambino possiede, fin dalla nascita, di regolare i propri stati emotivi e organizzare l’esperienza con risposte emotive adeguate. Tali competenze evolutive vengono inizialmente fornite dalla figura di attaccamento, che fornisce lo sviluppo di una regolazione di stato, ossia la capacità di modulare l’affetto e il proprio comportamento.

Qui si sono analizzate soltanto alcune delle funzioni genitoriali, con la finalità di sottolineare la complessità di tale funzione. Essa presuppone alcune funzioni relazionali e dinamiche che rappresentano il percorso maturativo del ciclo vitale dell’individuo.

Come si è visto, la genitorialità è costellata dal desiderio generativo che, prima del figlio reale, vede uno spazio mentale dentro il quale convergono, la propria storia affettiva, i legami di attaccamento, il senso proprio dell’esistenza, il proprio senso di appartenenza ad una storia, la propria capacità di vivere relazioni, la propria capacità di regolare gli stati emotivi e di contenerli, la capacità di essere cambiato e cambiare, sentirsi unico, indipendente e autonomo, ma anche bisognoso degli altri.

Questo intreccio molto complesso, è l’incastro tra due stirpi che permette di poter creare una coppia per poi offrire ad un altro l’intreccio di tali radici, questo è ciò che chiamiamo genitorialità.

 

La funzione genitoriale nell’adolescenza

“I figli chiedono rapporti profondi, onesti e consapevoli, per trasformarsi a loro volta in adulti autentici e affettivi.

Se troviamo dentro di noi le risposte alle loro esigenze, se ammettiamo la complessità delle nostre passioni, se ricordiamo la nostra infanzia e gliela sappiamo raccontare, se prendiamo sul serio il loro punto di vista, se accogliamo le loro trasgressioni

– anche senza accettarle -, se li sosteniamo sempre con tutta la nostra fiducia, saremo genitori forse imperfetti, ma passabili. E il nostro amore non li deluderà” (tratto da “Un genitore quasi perfetto” di B. Betthelheim).

L’adolescenza è un periodo particolarmente difficile, che significa crescita, cambiamento, l’inizio di un viaggio turbolento, l’abbandonare la protezione del porto dell’infanzia per dirigersi verso il mare aperto dell’essere adulti. E’ un momento intenso e delicato non solo per i ragazzi La Genitorialità-dalla coppia alla famigliache lo vivono direttamente, ma anche per i genitori. Si sente la necessità di capire meglio i propri figli, di avere informazioni non solo di tipo psicologico, scientifico, culturale, ma anche l’urgenza di appropriarsi di strumenti utili per la comunicazione con i propri figli, i quali sono spesso fuggitivi. C’e’ bisogno di cogliere sul nascere eventuali situazioni di disagio e di intervenire. Dopo tante generazioni, in cui i genitori non potevano fare niente di sbagliato, si è giunti ad un’epoca in cui si sentono incapaci di fare qualcosa di giusto.

“Chiunque abbia un figlio in età adolescenziale, ai nostri giorni, si prepara ad attraversare un periodo difficile, perché sente di non essere sufficientemente attrezzato e sicuro per affrontare dei cambiamenti che il figlio impone in una società molto diversa da quella di qualche tempo fa. Oggi, spesso un genitore è più avanti con gli anni rispetto a quanto lo fossero i suoi genitori, quando egli stesso era adolescente. I figli, spesso unici, vengono programmati nel numero e nel tempo, assumendo sempre più la valenza di una scelta di coppia, quando non soltanto individuale. I figli, sempre più spesso, rappresentano una sorta di ciliegina sulla torta della realizzazione personale, che passa prima per il raggiungimento di diversi traguardi, da quello formativo a quello professionale” (Mascellani, A., Andolfi, M., 2010) “L’adolescenza: tappa spesso incompresa del ciclo vitale, in Storie di adolescenza”,  Mascellani, A., Andolfi, M., Cortina Editore).

La crisi di identità che caratterizza l’adolescenza, è strutturata dentro una esigenza di trasformazione dell’Io e delle relazioni intergenerazionali, questo è il motivo per cui i genitori vengono percepiti in modo diverso. Questa crisi di identità, secondo Vittorino Andreoli, si lega al tempo dell’insicurezza e della paura e, di fronte a quest’ultima, emergono i meccanismi di difesa come la fuga o la violenza. La fuga intesa come fuga da casa, fuga da scuola o come depressione, ossia ritiro dentro di sé. Le concezioni di Andreoli, riguardo al concetto della “trasformazione dei rapporti familiari”, mette in luce l’importanza delle dinamiche trasformative del rapporto tra genitori e figli in questo periodo del ciclo vitale.

In particolar modo, l’aspetto di riflessione è posto sulla difficoltà dei genitori e sul loro vissuto davanti ad un cambiamento così radicale dei propri figli. In realtà, sarebbe molto importante proprio considerare la capacità dei genitori di riuscire a tollerare l’ansia, il disorientamento e il loro senso di inadeguatezza davanti ad un figlio che ora appare “diverso”.

Spesso, questa difficoltà si lega al fatto che molte persone non hanno mai vissuto la propria adolescenza e, avendo saltato completamente questa tappa della crescita, non solo fanno difficoltà a comprenderla, ma spesso tendono a riviverla in modo “ritardato” durante la fase adulta.

 

Bibliografia

Andolfi, M., Mascellani, A.,(2010) Storie di adolescenza, esperienze in terapia familiare,Cortina editore.

Andreoli, V., (2012) Lettera ad un adolescente, BUR biblioteca universitaria Rizzoli editore.

Bowlby, J., Costruzione e rottura dei legami affettivi, Cortina, Milano, 1992

Erikson, E. H., op. cit., pag 249

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